La potatura della Storia della Filosofia e il danno al pensiero critico
La potatura della Storia della Filosofia e il danno al pensiero critico
Continua l’opera di demolizione della scuola pubblica in termini di qualità, di sviluppo del pensiero critico, di implementazione della logica del confronto, del metodo di studio, dell’analisi critica dei testi e delle fonti. L’ attuale bozza delle Indicazioni Nazionali dei Licei lo dimostra ancora una volta.
Valditara va avanti a colpi di scure, imperterrito, distruggendo quello che di buono c’ è ancora nella nostra scuola. Vogliono cittadini ignoranti e dal pensiero “blindato”: ormai è evidente. Ed evidente è il prossimo passo: smantellare l’autonomia scolastica per imbrigliare ed imbavagliare ancora di più il sistema.
Noi di ASFODELO non ci stiamo!
La bozza delle nuove Indicazioni Nazionali per i Licei, pubblicata il 22 aprile 2026 dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, punta a ridisegnare l’impianto formativo dell’intera scuola pubblica italiana, non solo dei licei. A questa riforma si collegano anche le precedenti modifiche agli Istituti Tecnici e Professionali, legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nonché le Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione emanate nel 2025.
Da insegnante di filosofia, leggendo la riorganizzazione dei programmi, sono rimasta profondamente colpita — e negativamente sorpresa — dall’esclusione o dal drastico ridimensionamento di alcuni giganti del pensiero occidentale. Autori del calibro di Spinoza, Leibniz, Marx e Gramsci vengono marginalizzati o espunti dai nuclei fondanti della disciplina. Si tratta di una scelta culturale e politica precisa: un’operazione ideologica che tende a silenziare le filosofie materialiste, critiche e dialettiche, sacrificando pilastri fondamentali della tradizione filosofica europea.
Eliminare Marx, Spinoza o Leibniz significa privare gli studenti di strumenti indispensabili per comprendere concetti universali come la libertà di pensiero, la democrazia, l’uguaglianza, il lavoro e le dinamiche socioeconomiche contemporanee. Significa ridurre la capacità di leggere criticamente il presente. Dietro questa operazione si intravede il tentativo di promuovere un appiattimento culturale, funzionale a una visione conformista della società e della scuola.
Ancora più discutibile appare il cosiddetto “Laboratorio del pensiero”. Il Ministero invita i docenti a “uscire dalla comodità del commento storiografico” per trasformare le lezioni in spazi di confronto e di “conflitto tra posizioni diverse”. Ma definire lo studio storico-critico della filosofia, della letteratura e della storia una semplice “comodità” significa non comprendere la natura stessa della conoscenza. Lo studio rigoroso della genesi di un pensiero non è un esercizio sterile: è ciò che fornisce agli studenti gli strumenti per discutere in modo consapevole. Senza solide basi storiche e metodologiche, il dibattito in classe rischia di degenerare in una chiacchierata superficiale, fatta di opinioni non documentate e slogan privi di fondamento. In questo modo si svilisce il rigore critico che dovrebbe caratterizzare la scuola pubblica.
Senza contare che una simile impostazione rappresenta un serio rischio per la libertà d’insegnamento, garantita dall’articolo 33 della Costituzione italiana, secondo cui:
“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.”
Ridurre lo spazio della riflessione critica e storica significa colpire il cuore stesso della funzione educativa della scuola democratica. Questa riforma non appare come un semplice aggiornamento didattico, ma come un progressivo impoverimento culturale. Una scuola che elimina il conflitto teorico reale, che marginalizza i grandi pensatori critici e che sostituisce lo studio rigoroso con discussioni svuotate di metodo, non forma cittadini liberi: forma individui più fragili culturalmente, più manipolabili e meno capaci di comprendere la complessità del mondo.
Una democrazia matura ha bisogno di studenti che sappiano dubitare, argomentare, contestare e interpretare la realtà. Quando invece si depotenziano gli strumenti critici della filosofia e della storia, si prepara una scuola dell’obbedienza, non del pensiero. E una scuola che rinuncia alla profondità del sapere per inseguire formule ideologiche e semplificazioni pedagogiche tradisce la propria missione costituzionale e civile.
Cristina Barbara
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Commenti (1)
Iride Russo
Vorrei manifestare la mia preoccupazione, come docente d Filosofia e Storia, davanti ad una generazione che ha tanti strumenti a sua disposizione ma che ha anche tanto bisogno di essere guidata. Tra i banchi di scuola e negli sguardi dei nostri giovani serpeggia sempre di più una velata “volontà di dominio” che proprio grazie a questi strumenti mira, un giorno dopo l’ altro a stordirli, a confonderli, a omologarli. Il compito del docente deve essere quello di svegliare le giovani menti, di mantenerle sveglie e consapevoli, di allertarle davanti al pericolo. Per fare tutto ciò, le strategie e gli strumenti giusti risiedono proprio negli insegnamenti della Storia e della Filosofia. Il docente potrebbe tirare fuori dalla cassetta degli attrezzi lo strumento giusto al momento giusto, per aiutare gli studenti a comprendere, analizzare, criticare… Se questi strumenti non sono più nella cassetta ( se i contenuti non sono più previsti nelle Indicazioi Nazionali) come si potranno affrontare certi temi? E ancora, mi chiedo: e se il docente. all’ occorrenza, volesse ugualmente tirarli fuori questi attrezzi ( come Spinoza, Leibniz o Marx) cosa succederebbe?